SCALETTARIS: «IL CARNICO MI MANCHERÀ»

di MASSIMO DI CENTA

Folgore – Ravascletto del 30 giugno scorso è stata l’ultima partita di Pierenrico Scalettaris, arbitro della Sezione di Udine. Dieci anni di carriera, un percorso iniziato tardi, all’età di 26 anni, quando un infortunio al ginocchio gli impedì di proseguire la carriera di calciatore. Abbastanza in anticipo anche la fine della sua vicenda da arbitro.
«In effetti avrei potuto proseguire – precisa Scalettaris – la cosiddetta età pensionabile come arbitro mi avrebbe consentito ancora di dirigere per qualche stagione, ma ho preferito fare una scelta affettiva, prendermi più tempo per stare vicino alla mia famiglia».

Carriera breve, diceva, ma ricca di soddisfazioni.
«Devo dire che non ho mai avuto grandi contestazioni, aldilà di quelle che sono fisiologiche per il nostro ruolo. Ho fatta tanta Seconda e Terza categoria regionale, ma negli ultimi 5 anni ho diretto solo gare del Carnico per una scelta ben precisa, quella di avere maggiore tempo a disposizione. La sezione di Udine ha garantito, negli anni, la disponibilità di fischietti più esperti per il calcio della montagna e personalmente ho sempre accettato con grande piacere le designazioni in Carnia».

Ma com’è questo Carnico visto con gli occhi di un arbitro di città?
«Credo che il calcio, alla fine, eccezion fatta per il diverso livello tecnico dei campionati, sia sempre lo stesso. Mi sento di smentire assolutamente il luogo comune di un Carnico agonisticamente esasperato: i contatti fisici magari sono un pochino più accentuati, ma si resta assolutamente nei termini del regolamento».

In che cosa allora il nostro campionato si differenzia da quelli regionali?
«Sicuramente dall’ambiente che si respira. C’è un’aria di genuinità che è palpabile. I giocatori in campo non si risparmiano e non si tirano di certo indietro, ma poi al chiosco tutto si stempera e la cosa non è così scontata come sembra. Mi ricordo una partita di qualche anno fa: era l’ultima giornata e arbitrai Villa – Ovarese, due squadre che non avevano più niente da chiedere alla stagione; eppure se la giocarono come una finale di Champions, salvo poi ritrovarsi, per un bellissimo dopo partita. Un’altra cosa che mi rimarrà impressa sono i terreni di gioco: splendidi! Arbitrare al “Campo dei Pini” di Villa Santina è una bella emozione e mi ha fatto piacere chiudere proprio lì la mia carriera».

Il metro arbitrale mutava tra calcio regionale e Carnico?
«Assolutamente no: sono stato un arbitro che non ha il fischietto facile, ho sempre preferito, come si dice, lasciar giocare, anche in un torneo dove, come ho sottolineato, il contatto fisico è più accentuato».

I campi, d’accordo, ma qual è lo spogliatoio più bello dove le è capitato di fare la doccia?
«Tutti sono dignitosi, ma la funzionalità di quello di Imponzo è davvero sorprendente. Forse perché è di recente concezione».

E quali sono i giocatori che ha più ammirato?
«Escludendo i bomber, che per loro natura possono rappresentare l’essenza del calcio, devo dire che Rudi Coradazzi, Massimo Gressani e Ado Agostinis: sono atleti e uomini di assoluto spessore».

E quello più difficile da gestire?
«Con la speranza che non me ne voglia, perché lo sto dicendo in maniera assolutamente bonaria, Luca Berti: un brontolone. Probabilmente ha capito benissimo la mia propensione al dialogo e ha “sfruttato” questa mia caratteristica».

Una menzione anche per qualche dirigente.
«Ho un ricordo bellissimo di Daniele Kravanja, presidente del Malborghetto. Un signore nel vero senso della parola. Di quelli attuali, Alessandro Cimenti del Lauco: giovane, e di giovani dirigenti c’è sempre bisogno, molto attivo ed efficiente. Ho fatto due nomi, ma credo di poter esprimere la mia stima a tutti quelli che si impegnano in quella che in Carnia è quasi una missione sociale».

La cosa che le risultava più difficile quando arbitrava?
«Dirigere le partite dove giocavano i miei ex compagni di squadra. Pur di non apparire imparziali si rischia di essere al contrario troppo severi. Nel Carnico, per esempio, mi è capitato di arbitrare le partite di Luca De Stalis del Ravascletto, col quale ho giocato. Beh, vi assicuro che non gli ho mai risparmiato niente! E ritrovarmelo a pochi metri, nel mio ultimo impegno, mi ha fatto veramente piacere».

Visto che ormai è un ex, può dirci cosa cambierebbe nel mondo arbitrale?
«Direi che va tutto bene: organizzazione e preparazione sono all’avanguardia. Ecco, se potessi toglierei il divieto di rapportarsi con i media. Ritengo che poter spiegare una decisione presa, per esempio, potrebbe rappresentare quasi un momento didattico, un’occasione per rasserenare gli animi».

Le mancherà il fischietto?
«Certamente, come mancano le passioni che non si possono più coltivare. E mi mancherà il Carnico, quella gente così vera, così spontanea con la quale è sempre bello condividere i 90’. Di sicuro, credo che verrò spesso a vedere qualche partita».

(nella foto Pierenrico Scalettaris con l’amico Luca De Stalis al termine di Folgore–Ravascletto)

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