Davide Benedetti dal fischietto al Ravascletto

di MASSIMO DI CENTA

Davide Benedetti, 33 anni il prossimo dicembre, ha deciso di appendere il fischietto al chiodo (si può dire, no?) e di infilarsi gli scarpini, per i colori biancoverdi del Ravascletto. Eh si, uno degli arbitri più rappresentativi della sezione Aia di Tolmezzo ha detto basta, preferendo passare dall’altra parte della barricata e invertire la tendenza di tanti anni e magari trasformarsi da contestato a… contestatore. «Chissà – sorride – in campo può succedere di tutto. A mente fredda posso dire che cercherò di fare da mediatore tra i miei compagni di squadra e il mio ex collega».

Ma hai mai provato ad immaginare una situazione del genere: entri in area, ti falciano brutalmente ma l’arbitro fa proseguire?
«Sempre a mente fredda dico che, conoscendo la situazione, forse non protesterei, ma il Canci o il Della Siega di turno, al chiosco nel dopo partita, minimo mi dovranno pagare una birra».

Ripercorriamo la tua carriera col fischietto: quando hai iniziato?
«Sono entrato nella sezione Aia di Tolmezzo nel 2009, a 15 anni, con Nicola Forgiarini presidente. Esordio assoluto in un Cavazzo-Villa categoria Giovanissimi. Poi un discreto percorso con direzioni di gara in Promozione ed Eccellenza. Infine, dal 2021, anche arbitro di beach soccer a livello nazionale. Beh, con un pizzico d’orgoglio posso dire di aver portato la sezione di Tolmezzo in giro per l’Italia».

Relativamente al Carnico, sappiamo che erano in molti a non essere contenti una volta appreso della tua designazione, eri considerato un arbitro, diciamo così, “scomodo”…
«Non so cosa dire. Posso dire di aver sempre cercato di dare il massimo e come tutti avrò sicuramente sbagliato qualche decisione. Una cosa però mi ha sempre dato fastidio: le cose dovevano finire lì, sul campo o al chiosco, una volta smaltita la tensione della gara. Non mi sono mai piaciuti gli strascichi, le cose portate avanti a lungo».

Un’altra cosa che dicevano di te era che perdevi la testa quando saliva la tensione agonistica: cosa ci dici in tal senso?
«Beh, innanzitutto la testa per perderla bisogna averla. A parte questo, dico che l’arbitro vive di emozioni, esattamente come i giocatori ed è difficile rimanere indifferenti di fronte a certe situazioni di campo. Il fatto di poter determinare un risultato, con una decisione più o meno giusta, è un aspetto importante. Dover decidere l’entità di un fallo, scorgere una simulazione o valutare una fallo di mano quando la tensione è alle stelle credo che sia davvero difficile e devi farlo in un attimo, già sapendo che comunque qualcuno scontenterai».

Hai mai avuto problemi con i vertici arbitrali?
«È chiaro che ci sono state alcune situazioni in cui non ero d’accordo, ma il discorso presuppone una visione più in generale. La cosa che più di ogni altra ritengo ingiusta è il fatto che non si mettano gli arbitri con una certa esperienza nelle condizioni di poter proseguire. Mi spiego: c’è la tendenza a designare arbitri giovani, emergenti, per partite importanti, col rischio che un ragazzo magari si bruci. A 27, 28 anni ritengo sia più agevole arbitrare una partita decisiva. A cosa serve, insomma, accumulare tanto mestiere se poi quando servirebbe non te lo fanno usare? Ma questa però è una direttiva nazionale alla quale le sezioni regionali e locali si devono in qualche modo adeguare»
.
Qual è stato il calciatore più, passami il termine, rompiballe?
«Sembrerà strano, ma dico Michele Straulino, ex Mobilieri e Ravascletto. Iniziava a parlare, parlare e parlare già al momento dell’appello pre gara e poi in campo aveva sempre qualcosa da ridere, anche se lo faceva con molta educazione».

E quello invece più facile da gestire?
«Giacomo Matiz del Timaucleulis, senza dubbio. Non ho mai avuto grandi problemi con lui e quei pochi li abbiamo sempre risolti davanti a una birra al chiosco nel dopo partita».

Avresti tanti aneddoti da raccontare. Vuoi provare a dircene uno?
«Preferisco fare un discorso più in generale e sottolineare l’importanza che il Carnico ha sul territorio: quali eventi sanno coinvolgere le comunità come il nostro campionato? Si creano rapporti che vanno avanti negli anni, c’è davvero la sensazione di essere all’interno di una grande famiglia. Per questo, una volta smesso di arbitrare, ho deciso di rimanere in questo ambiente».

Ah, ecco, a proposito, doveva essere la prima domanda e invece diventa l’ultima ma non per questo meno importante: perché questa decisione di fare il calciatore e perché Ravascletto?
«Una cosa nata dopo che avevo arbitrato una partita proprio del “Rava”. Bevendo un birra con l’allora presidente biancoverde Valter Fracas gli avevo fatto una promessa: che una volta mollata la carriera arbitrale avrei voluto giocare nella squadra dove lui sarebbe stato il presidente. Nel frattempo, purtroppo, Valter è mancato, ma io ho voluto mantenere lo stesso la promessa».

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