di FEDERICA ZAGARIA
Quello che mi colpisce di Michela Damiani, quando ci incontriamo per l’intervista, è lo sguardo timido e limpido di persona riservata, quasi timorosa. I suoi occhi sembrano quasi studiarmi. Così, prima di procedere con le usuali domande, chiacchieriamo un po’ e, come al solito, qualcosa che ci accomuna c’è. Innanzitutto ci lega il Cedarchis, squadra in cui ha militato e poi allenato mio padre e di cui lei recentemente è stata collaboratrice al chiosco. Inoltre anche lei da bambina seguiva suo padre, preparatore dei portieri, negli allenamenti.
«Mio padre allenava gli estremi difensori a Colugna e successivamente a Pagnacco ed io andavo con lui agli allenamenti. Mi era facile, anche perché avevamo il campo di calcio proprio dietro a casa», spiega.
Tu, appunto, sei di Colugna: come ha inizio quindi la tua storia nel Carnico?
«Per amore: mio marito, Stefano Galante, si faceva un po’ di chilometri per farmi assistere alle partite del Ceda. Infatti mi veniva a prendere a casa, a Colugna, per poi, dopo gli incontri, riportarmi indietro. Poi ci siamo sposati e ho cominciato a collaborare nel chiosco, prima per gli amatori e poi per la prima squadra e mi sono occupata anche del lavaggio delle divise da gioco. Adesso, dopo una decina d’anni di chiosco mi sono presa una pausa, perché stava diventando difficile per me riuscire a mantenere questo ritmo. In ogni caso, se serve sono sempre disponibile a dare una mano ed inoltre sono una gran tifosa dei giallorossi e quindi non manco alle partite».
Ritieni che il Carnico ti abbia tolto qualcosa oppure, che, in qualche modo, ti abbia arricchito la vita?
«Sicuramente ho perso ore di sonno, perché il nostro terzo tempo è sempre molto lungo, ma d’altro canto mi ha regalato tante amicizie».
Il calcio è considerato, da molti, ambito maschile, tu come lo vivi?
«Non ho mai avuto alcun problema, anzi mi sono sempre sentita bene in questo contesto».
C’è qualche ricordo od emozione a cui tieni particolarmente?
«La vittoria del decimo scudetto da parte del Ceda per me è stato emozionante, anche perché è stato dedicato alla mia cara amica Chiara Scalfari, prematuramente scomparsa. In secondo luogo posso affermare che la prima festa per la vittoria di un campionato, che ho vissuto qua nel 1998, mi ha molto colpita per come in Carnia viene vissuto il Carnico, per come venga seguito e quanto tutti ci tengano. Ho assistito ad emozioni e sentimenti che non avevo mai né visto né vissuto prima di allora».
Con Stefano quanto parlate, nella quotidianità, di Carnico?
«Tantissimo, quest’anno poi i Warriors (nome della tifoseria cedarchina ndr) compiono quindici anni e quindi se ne parla ancora più del solito e sono tutti presi da questo anniversario».
Come definiresti il Carnico?
«Per me simboleggia unione».