di MASSIMO DI CENTA
Non è durata nemmeno un girone l’avventura di Denis Bertolini sulla panchina del Cavazzo: il distacco in campionato e l’eliminazione in Coppa Carnia hanno indotto la società viola a dare il benservito al tecnico, al quale abbiamo chiesto come sono andate le cose secondo il suo punto di vista: «Non è successo niente di che – risponde l’allenatore -. Alla vigilia della semifinale di Coppa Carnia abbiamo avuto un faccia a faccia con Antonio Sferragatta, Nicola Ricci e Max Di Giusto, dove è emerso, soprattutto da parte di Sferragatta, che abbiamo le stesse idee sul calcio, ma per loro evidentemente qualcosa non quadrava».
Ma tu, sinceramente, te lo aspettavi?
«Se devo dire la verità sì e la cosa è stata solo anticipata, perché la separazione sarebbe arrivata quasi sicuramente a fine stagione».
Ne sei sicuro?
«Abbiamo avuto tanti confronti in questi mesi e c’era sempre qualcosa che non andava dai rispettivi punti di vista».
Cosa voleva esattamente la dirigenza da te?
«Risultati, mentalità e bel gioco. Allora, per quanto riguarda i risultati le somme si tirano alla fine: la Coppa è andata, va bene, ma c’era uno scudetto da inseguire e quello era per loro l’obiettivo più importante, perché sarebbe lo scudetto della stella. Sul bel gioco ci stavamo lavorando: non è un caso che appena abbiamo recuperato qualche giocatore il livello qualitativo della manovra è nettamente migliorato. C’è stata una crisi di risultati, è vero, ma ripeto, stavamo lavorando proprio sull’aspetto di vincere giocando un buon calcio. Per quanto riguarda la mentalità e anche lì c’eravamo: perché quando tu metti fuori rosa uno che ha un certo nome, che non voglio fare per non dargli notorietà, è un segnale forte per tutto il gruppo, che sa di avere a che fare con uno che non guarda in faccia nessuno».
Alla fine, pare di capire, che a “tradirti” sono stati i risultati.
«Direi di sì, perché una volta chiarite quali devono essere le regole del gruppo e migliorata la qualità del gioco restano solo i risultati e quello sono sicuro che sarebbero arrivati. Nel calcio, a volte, si ha troppa fretta: puoi essere l’allenatore più bravo del mondo, ma se non vinci è dura per tutti quelli che fanno il mio mestiere».
Per te quindi la decisione di esonerarti è stata prematura?
«A Cavazzo hanno la smania di arrivare al decimo scudetto. Io ci stavo lavorando: l’eliminazione in Coppa è stata una delusione, è vero, ma io penso di poter dire che esco a testa alta, perché ho fatto tutto quello che dovevo fare, nel senso che mi sono sempre confrontato con lo staff, con la società. E secondo me, con tutti i problemi di infortuni che abbiamo avuto, abbiamo fatto un lavoro incredibile e posso dire sinceramente che il campionato è alla portata, anche se mi dicevano che a meno 6 ormai era già andato. Personalmente non la pensavo così e ho sempre detto che i conti si fanno alla fine».
Cosa ti resta di questo tuo primo approccio nel Carnico, Denis?
«Resta un’esperienza bellissima, perché, se posso fare un appunto, se si pensasse di più a giocare piuttosto che a picchiarsi, sarebbe un campionato splendido: ho visto società serie e molte organizzate e giocatori molto bravi, in tutte le squadre, sia tecnicamente che tatticamente e se si pensa che molti di questi non hanno mai giocato nei campionati regionali, il merito è ancora più grande»
E l’ambiente in generale?
«Beh, quello è straordinario: mi sono sempre sentito parte di questo mondo, da subito ho avuto la sensazione di fare parte del Carnico. Quando è uscito sul vostro sito l’articolo del mio esonero, mi hanno chiamato in tanti: uno dei primi è stato Michele Pignata, allenatore del Campagnola, e addirittura ho avuto la solidarietà di allenatori che nemmeno conoscevo di persona. È stato davvero una bellissima esperienza. Accettando di allenare il Cavzzo sapevo a cosa andavo incontro: mi sono preso però le mie responsabilità e tuttora difendo le mie scelte. Poi, come si dice, la palla è rotonda e uno non può avere in mano la bacchetta magica: come ho detto una volta, Harry Potter è un film, è al cinema, non sui campi di calcio».
C’è una cosa che non ti è andata giù in questa vicenda?
«Sì, una, le malelingue: sentire qualche dirigente dire che probabilmente se ci fosse stato lui in panchina, si andava in finale di Coppa»
Ti sei sentito tradito da qualcuno?
«Direi di no: già la sera stessa nella quale hanno ricevuto la notizia dell’esonero, ho ricevuto tanti messaggi da parte di moltissimi giocatori, quasi tutti. Sono rimasto colpito e quindi qualcosa di buono ho fatto. Chiaramente qualcuno scrive, qualcuno no. Sicuramente qualcuno avrà anche ridacchiato, perché sarà stato contento, ma ci sta, nel calcio è così. A qualcuno, che è anche un nome importante nello spogliatoio, vorrei dire che secondo me un bel bagno di umiltà non gli farebbe male. Detto questo, io ho sempre cercato di parlare e di avere un colloquio con tutti, di spiegare le mie scelte, c’è chi lo accetta e chi non lo accetta, quindi non c’è nessun problema».
Proprio non vuoi dire che è questo “qualcuno”?
«Non serve, gli regalerei una notorietà che non merita. Chi sa, sa, insomma…».
E se una squadra il prossimo anno ti dovesse chiamare nel Carnico, accetteresti? Magari anche una squadra con meno ambizioni, che abbia voglia di crescere.
«A Zoff, quando allenava la Lazio, gli chiesero: “E se ti chiamasse la Roma?”. Io ti rispondo come fece lui: “Io faccio l’allenatore”».
Come vi siete lasciati col Cavazzo?
«Ho detto loro di non mollare, ribadendolo anche ad Antonio Sferragatta. Gli ho detto semplicemente che mi stavano mandando via nel momento migliore della squadra, perché stavamo venendo fuori come gioco ed eravamo vicinissimi a cogliere i frutti del grande lavoro fatto. Stesso concetto ripetuto a Nicola Ricci e Max Di Giusto. Poi però è normale che a decidere sia la società, che fa le sue scelte. Io ne prendo atto, perché non sono un allenatore che vive di gloria. Io vivo di lavoro, oltre che di passione”.