CAVAZZO, UN RITRATTO IN VIOLA

di MASSIMO DI CENTA

È finita come tutti avevano pronosticato. La vittoria del Cavazzo nella finale di Coppa Carnia rientrava nella logica delle cose, anche se nelle cose del calcio, a volte, non c’è logica. Ma non potevano riperdere un’altra finale, i viola. Le ultime due erano stati due schiaffoni brucianti, specialmente quella dello scorso anno, giocata in casa e di praticamente vinta fino a 5 minuti dal termine, con la festa di fatto già in corso. E invece il Cavazzo fece come il Titanic, andò a picco mentre a bordo si festeggiava, schiantandosi sull’iceberg dei rigori.

Stefano Coradazzi

Nella notte di Osoppo, invece, la soluzione dei rigori non è mai stata neanche sfiorata, perché l’uno-due in sei minuti, firmato Andrea De Barba e Nait, aveva il sapore deciso di una sentenza inappellabile. Il Villa aveva provato a “stare dietro”, come si dice, per sfruttare le eventuali ripartenze, che non sono mai stati accompagnate da un fraseggio manovrato, ma sempre innescate da lanci lunghi sui quali i centrali difensivi dei campioni andavano a nozze. Durante la pausa, i commenti in tribuna erano tutti improntati alla convinzione che la finale era già decisa. E quando è arrivato il terzo gol è sembrato un evento inevitabile, e nemmeno la gemma di Gabriele Guariniello (un gollone, il suo) poteva dare l’impressione di cambiare il corso delle cose. Le due reti di Sferragatta hanno infine suggellato un trionfo annunciato.

Cristian Cimador

Poi è stata solo festa, una festa attesa due anni, perché vincere una partita secca dà l’impressione che la festa sia più spontanea e i ricordi saranno andati all’ultima festa messa su dopo una partita secca, lo scorso ottobre a Pesariis, su quel campo dove il Villa l’anno prima aveva fatto male, tanto male. Corsi e ricorsi insomma.

Una Coppa sulla quale tutti hanno messo la loro firma nella serata di Osoppo. Prendiamo Riccardo Dominici, il portiere di Coppa, appunto: lui è di Osoppo e nel giorno del suo compleanno vince la partita più importante della sua ancora breve carriera. In verità, all’inizio, ci prova a farsi andare la torta di traverso, quando con un rinvio maldestro centra le gambe di Gabriele Guariniello col pallone che schizza verso la porta ma prende una traiettoria orizzontale che mai si avvicina alla linea bianca. Anche Cristian Cimador partecipa alla serata di gala: era stato scelto per la sua velocità, perché col suo passo sembrava l’unico di poter star dietro a Gabriele Guariniello, che in realtà un paio di volte gli è andato via, ricavandone poco, però, in termini pratici. E quando ha segnato, il match era già deciso. Stefano Coradazzi ha vissuto una serata tranquilla, rimanendo allineato e limitando  il suo apporto offensivo. I due centrali di difesa  non hanno mai patito: Marco De Barba ed Edi Mainardis avevano il riferimento dei riccioli di Battistella, bravo, ma tremendamente solo nella zona centrale e fargli lo scalpo (ai riccioli, si intende) non è stato difficile.

Mirco Burba

Nella zona centrale, ci piace sottolineare la grande prova di Gabriele CancI: non aspettatevi da lui la giocata ad effetto, il colpo del campione: ma andate a chiedere a tutti i suoi allenatori quanto sappia essere utile. Anche nella finale non ha rapito l’occhio, ma chi sa di calcio lo avrà messo in cima alle pagelle, perché se certi meccanismi sembrano semplici, certi automatismi paiono normali, dietro c’è lui a manovrare le leve del centrocampo. Maichoal Cescutti si è semplicemente messo a disposizione della squadra, sacrificando l’estro a vantaggio della fisicità e dell’esperienza. Quello serviva e quello ha fatto. Andrea De Barba, il capitano, quando ha visto la paratona di Zozzoli sul tiro di Nait avrà pensato: “Mi sa che qui si mette male anche stasera…”. E allora ha tirato fuori  il suo pezzo migliore: il tiro da fuori e su quello nemmeno Zozzoli ha potuto fare i miracoli. E poi, 6 minuti più tardi, quando Paolino Nait ha sentito i suoi riccioli scompigliarsi dopo aver inzuccato un corner da destra ergendosi da un mucchio selvaggio all’interno dell’area, il più era fatto. Il suo compagno di reparto Gabriele Marcon, nella ripresa, ha pensato bene di scrivere ancora una volta il suo nome nella storia di una finale di Coppa: l’aveva già fatto ai tempi della Val del Lago, nell’epilogo finale a Tolmezzo contro i Mobilieri. Farlo con la maglia del Cavazzo non era più semplice: qui è arrivato come “comprimario”, ma alla fine la sua firma è quella di un protagonista. Mirco Burba ha vissuto una serata normale: ha dato un paio di scossoni con le sue accelerazioni, come fanno i cani da caccia per stancare la preda, aspettando che poi fossero gli altri a completare l’opera.

Edi Mainardis

Nel frattempo Mario Chiementin aveva iniziato ad attingere risorse preziose dalla sua panchina: Alessandro Lestuzzi era entrato dopo la pausa per Cimador con lo scopo di alzare il tasso di esperienza. Poi è toccato in ordine sparso ad Angelo Dionisio (abbronzato, ma non fiaccato, dal sole della Puglia), Giovanni Treleani (è arrivato quest’anno e ne avrà ancora finali da poter vincere), Marco Tosoni  (il classico bel ragazzo che si invita alla feste, ma Chiementin mica lo ha “invitato” per questo…) E poi Paolo Sferragatta: l’ho volutamente lasciato per ultimo perché meritava qualche parola in più, non per i due gol che ha fatto, ma perché un ragazzo così merita rispetto. Potrebbe giocare titolare in qualsiasi squadra e invece resta a Cavazzo, fiero di restarci, per non staccarsi dalle sue radici e da un ambiente che sente suo fino in fondo all’anima. Chi non è entrato in campo, come Massimo Gressani, Federico Orlando, Matteo Cappellaro e Stefano Guenzi ha dato in ogni caso il suo contributo ed è giusto che si sentano attori non protagonisti ma comunque attori in questo film della finale.

Manuel Sgobino

Così come Mario Chiementin: il “Ti piace vincere facile” che spesso accompagna i suoi successi andrebbe rivisto un attimino, perché puoi avere giocatori fortissimi ma se non li sai gestire anche dal punto di vista umano non sei un grande allenatore. Punto. E lui lo è. Manuel Sgobino, che si è saputo ritagliare un ruolo di vice molto più importante di quanto si possa pensare: è ancora giocatore “dentro” e questo lo aiuta a capire evidentemente le dinamiche mentali di chi ancora gioca. E poi i dirigenti e i collaboratori, quelli che non si citano mai ed invece sono alla base dei successi di una squadra: il presidente Dario Zearo, per esempio, che si è presentato al  “Forgiarini” con la cravatta viola che sfoggia quando deve affermare il suo senso di istituzionale appartenenza. Beppino Da Rin, Lucio Lestuzzi, Alberto Macuglia, ovvero il viola come seconda pelle e tanto basta a certificarne l’importanza.  Per Antonio Sferragatta inutile spendere qualsiasi parola: non renderebbe comunque abbastanza  merito a tutto il tanto che fa.  Lascio per ultimo Nicola Ricci, una specie di eminenza grigia. Tanto loquace a microfoni spenti quanto impossibile da intervistare.

(foto di copertina di Bruno Tavosanis)

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