Carnico Story: Edo Rainis

di MASSIMO DI CENTA

Dal libro “60 anni di Carnico”, uscito nel 2010, proponiamo il ritratto di Edo Rainis, “anima” storica del Cedarchis.

 

Uno dei fondatori del Cedarchis. Passione, competenza, intuizioni geniali e amore per il calcio. Giocatore discreto e dirigente illuminato. Non serve altro per descrivere Edo. E quella volta che non lo vollero a Rigolato…

Il lavoro del papà lo porta da Amaro a Cedarchis: un mini emigrante, insomma, che non ha 
difficoltà ad integrarsi nel nuovo paese. Lui, poi, è uno che si trova bene dappertutto, anche a Rigolato, dove d’estate andava a trascorrere alcuni periodi dalla nonna. Lassù incontra don Franzil, che gli trasmette la passione per il calcio. I tornei del C.S.I. lo vedono protagonista con la maglia del Rigolato. Il ragazzo è bravino e inizia una brillante carriera che lo vedrà protagonista ad Amaro, La Delizia e Villa.

Ormai alla fine della sua vicenda agonistica pensò di andare a chiudere la carriera a Rigolato, laddove l’aveva iniziata. Ma lassù gli fecero capire che sarebbe dovuto andarci prima, non all’epilogo della vita calcistica. Lui ci restò male, perché a quel paese ed a quella gente si sentiva legato da qui vincoli di affetto che solo l’infanzia sa impiantare nell’animo delle persone. Edo incassò il colpo, ma figuriamoci se poteva starsene con le mani in mano! Aveva voglia di fare, di poter trasmettere ad altri quello che lui stesso aveva ricevuto. E se non poteva farlo a Rigolato, decise che valeva la pena farlo per il Cedarchis.

Chiese all’allora presidente del Villa (Ferdinando Guerrini) uno svincolo… ante litteram ed il permesso di potersi portare con sé qualche giocatore arancione. Il grande presidente fu comprensivo e quel piccolo esodo sancì, di fatto, la nascita del Cedarchis. Eh sì, perché il “Ceda” iniziò proprio da quel giorno. Un gruppetto di giocatori esperti ma a fine carriera dovevano “insegnare” calcio ai giovani volenterosi del paese. La componente campanilistica caratterizzò quel primo periodo; logico che si doveva fare con ciò che c’era e la qualità non era propriamente il massimo. Edo cercò allora di colmare il gap tecnico con l’ardore agonistico. E questo è diventato il marchio di fabbrica della squadra giallorossa, l’atteggiamento che ne ha sempre e comunque contraddistinto le prestazioni.

Rainis, insomma, è stato bravo a capire quella specie di caratteristica genetica che era dentro ogni cedarchino ed anche ora che la pattuglia indigena ha pagato il suo tributo al decremento demografico del paese, quella grinta irriducibile è un patrimonio di cui si viene in possesso indossando la maglia giallorossa! E’ un Edo Rainis un pochino nostalgico quello che ci racconta la sua parabola all’interno del Carnico: apprezza molto l’organizzazione del calcio del Duemila, le tecniche di allenamento e la velocizzazione del gioco che rende più spettacolari le partite anche a discapito della tecnica di base. Quella, ai suoi tempi, iniziavi a fartela giocando nei prati, dove una buca o un avvallamento improvviso ti costringevano a controlli improbabili e prodigi di equilibrismo, che rafforzavano le caviglie e raffinavano la tecnica pura.

La nostalgia di Edo, però, finisce quando alla memoria si affacciano le tante vittorie del suo Cedarchis: 7 campionati, 5 Coppe Carnia e 5 Supercoppe. Oppure quando si volta indietro a riconsiderare tutta la sua storia col “Ceda”, che è stato una parte importante della sua vita, prendendogli tempo ed energie per restituirgli soddisfazioni e gratificazioni anche del tutto personali. Oppure, ancora, quando ripensa ai calciatori di una volta, tipo quel Bruno Zoffo, dell’Amaro, uno che sarebbe attualissimo anche adesso per il modo di interpretare il ruolo di centrocampista. Zoffo era una mezzala di stampo classico, abile sia in costruzione che in interdizione.

Esclusi i tanti giocatori bravi che ha visto nel Cedarchis (“Una menzione per Bais, però, lasciatemela fare, perché quello era un fenomeno!”, ci dice Edo) uno dei suoi giocatori preferiti al momento è Rudy Coradazzi, centrocampista dell’Ovarese che avrebbe tutti i requisiti per giocare nel “Ceda”.
Di bravi allenatori ne ha visti passare molti sulla panchina giallorossa, ma due
li ricorda con un affetto e una stima speciali: Enzo Zearo, per la pragmaticità, per quel suo voler arrivare al risultato ad ogni costo e per quel modo tutto inglese di interpretare il ruolo di allenatore – manager. L’altro è Stefano De Antoni, definito un signore ed un uomo di campo allo stesso tempo.

Un grande rimpianto, invece, consiste nel fatto di non aver mai potuto disporre di un campo tutto suo per il Cedarchis, anche se da persona intelligente capisce benissimo che l’Arta con tutta, l’attività che svolge per il settore giovanile, merita la precedenza. Tanto poi i conti, spesso, si fanno nei derby…

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