Carnico Story: Enzo Zearo

di MASSIMO DI CENTA

Scudetti da allenatore con Campagnola e Cedarchis, due Coppe Carnia ed un… quasi scudetto con la Stella Azzurra. Prima, un passato da giocatore col Tolmezzo, il grande Tolmezzo che sfiorò la serie C. Ce n’è abbastanza, insomma, per considerare Enzo Zearo, attuale direttore sportivo del Tolmezzo Carnia, uno dei totem del calcio della montagna. Rileggiamo come si raccontava dieci anni fa nello spazio a lui dedicato nel libro “60 anni di Carnico”.


Se c’è una cosa che spesso mi fa difetto è la memoria. Non è disinteresse verso le cose vissute, che anzi, quando riesco a mettere a fuoco mi provocano sempre una piacevolissima emozione. E’ un mio modo di essere, così come sono incostante e chissà quante altre cose ancora!. Avere poca memoria ed essere protagonista di un libro del genere non è proprio il massimo, ma le sensazioni che contano, le suggestioni più vive, beh, quelle le conservo ancora tutte intatte dentro di me.
Va ben, dai, proviamo a partire: mi avvicino al calcio molto giovane, sfogando una passione che ho sempre avuto. 
Il Tolmezzo è il mio approdo naturale e con la squadra del capoluogo mi tolgo molte soddisfazioni, anche se quando non avevo ancora 20 anni, un malanno mi costringe a limitare la mia attività agonistica. Per recuperare, mi danno in prestito al Cavazzo e quindi faccio la conoscenza del Carnico abbastanza presto. Il destino vuole che a Cavazzo incontri Giovanni Barburini. Giovanni si rivelerà una grandissima persona e di lui conserverò sempre un ricordo straordinario ed anzi, probabilmente, devo dire che è stato proprio l’incontro con lui a farmi amare il Carnico fin da subito. 

Finita l’esperienza coi viola, torno a Tolmezzo. Anni bellissimi, con la serie C appena sfiorata; come bellissimo l’anno trascorso con la Pro Aviano, un ambiente meraviglioso. Forse dovevo arrivarci qualche anno prima per dare ancora maggiore spessore ad un’esperienza comunque indimenticabile. Seguono il ritorno a Tolmezzo e finalmente l’arrivo nel Campionato Carnico, al Cedarchis dove mi porta l’amico Edo Rainis. L’impatto con un calcio nuovo per me non è così positivo e tento una nuova avventura con l’Ardita. 

Due stagioni, la prima densa di soddisfazioni, mentre nel secondo anno mi rendo conto che è il momento di smettere col calcio giocato. Ma mentre sono lì che finisco di maturare la mia decisione, arriva una telefonata della Stella Azzurra. Ottavio Marchetti mi vuole laggiù e quando viene a conoscenza della mia decisione butta là una battuta: «Se non vuoi giocare, viene a fare l’allenatore!». Quella battuta mi mette in crisi, perché davvero non me l’aspettavo; quella battuta ha il pregio, però, di dover decidere abbastanza in fretta e decisi per provarci. 

La Stella Azzurra era in Terza e potevo iniziare a programmare senza l’assillo dal risultato ad ogni costo: un modo di crescere insieme alla squadra. Alla fine del torneo arrivò la promozione in Seconda, dove restammo solo due anni per poi raggiungere la Prima! Nel frattempo ero cresciuto e con me erano cresciuti la Società (con la quale lavoravo in assoluta sintonia) e la squadra, rinforzata. Avevo per le mani uno squadrone, arrivammo solo secondi in campionato e vincemmo la Coppa Carnia in finale col Sutrio. Mi accorsi che ero alle fine di un ciclo, in un ambiente al quale avevo dato tanto ed altrettanto avevo ricevuto. 

Il Cedarchis ci riprova di nuovo ed io accetto: da giocatore era andata decisamente male e mi sentivo quasi in debito coi giallorossi. Un debito che saldai subito, perché al primo anno arrivò subito il titolo. Ed anche l’anno dopo andò tutto a gonfie vele. Solo che mi arrivò la chiamata del Tolmezzo, alla quale non seppi rinunciare. Così a settembre, con una situazione di classifica buona ma non definitiva, lascio il “Ceda” nelle mani di Gino Di Gallo. Quel titolo me lo sento anche mio, ci mancherebbe, ma vorrei sottolineare anche i meriti di Gino, abilissimo a governare una squadra composta da gente di enorme personalità. 

Seguono gli anni di Tolmezzo e sono anni molto belli: porto la squadra in Eccellenza ed è una squadra composta interamente da giocatori carnici, un motivo di grandissimo orgoglio. Motivi di lavoro mi portano a Cassino e quindi devo necessariamente lasciare la guida della squadra del capoluogo. A cercarmi, stavolta, è Oreste Simeoni, d.s. del Campagnola. Gli faccio presente la mia situazione, facendogli una promessa: che se dovessi tornare ad allenare nel Carnico, andrò a Gemona, perché sono stati i primi a contattarmi. Arrivo a Gemona e vinco il titolo, con una squadra buona, ma non buonissima, ma con un grande merito: quello di andare oltre i propri limiti con tanta voglia di vincere. E’ stato uno scudetto bellissimo, ma mi aveva svuotato dal punto di vista delle emozioni: sono carnico e posso dire senza accendere polemiche inutili che effettivamente le squadre gemonesi, soprattutto qualche anno fa, erano un pochino discriminate. 

Quella stanchezza mi portò ad un periodo di riposo, fino al mio ritorno al Campagnola, dove riapprodo nel 2007: seguono tre anni di grandi soddisfazioni e qualche piccola delusione: titolo nel 2007, Coppa Carnia nel 2008 e scudetto perso ai rigori nello spareggio col Real Ic nel 2009. Ce n’è abbastanza, insomma per poter rispondere ad una domanda che in molti vorrebbero farmi: che differenza c’è tra “Campa” e “Ceda”?  Le ho vissute entrambe da “dentro” e posso dire che non ci sono grandi differenze: le società sono entrambe ottimamente organizzate e l’ambiente è appassionato, nonostante per qualcuno l’ambiente gemonese sia meno focoso di quello carnico. Forse non sono la persona più adatta a rispondere a questa domanda, perché, come ho detto, la memoria non sempre mi assiste e poi, sinceramente, quando si vince è più facile dimenticare…

Aldilà del rilievi statistici che mi danno ragione (i numeri non possono essere discussi), credo di svolgere con grande passione il mio “mestiere” di allenatore. Con le squadre di grande personalità occorre comunicativa, lavorare psicologicamente sugli esclusi (in campo si va in 11!) e creare quell’unità di intenti all’interno del gruppo che è il primo ingrediente di una squadra che abbia ambizioni di vittoria. 

Per concludere, mi piacerebbe ricordare alcuni tra i giocatori che ho allenato: Alessandro Bais, elemento completo. Tecnica, fisico e carattere giusto; un mistero che non abbia fatto carriera! Fabrizio Damiani: ha il modo di correre dei fuoriclasse ed il cambio di passo che vedi solo in serie A. Stefano Blanzan: il classico uomo squadra, quello che nei momenti difficili si carica i compagni sulla schiena. Stefano Burelli: aveva quei movimenti senza palla che esaltavano la funzionalità di tutta la squadra. E mi fermo qui, anche se potrei fare altri cento nomi, quelli che non ho fatto ma che ho avuto la fortuna di conoscere ed allenare!

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