Andrea Bolzan: «Il Cavazzo mi ha convinto a staccare le scarpe dal chiodo»

di MASSIMO DI CENTA

Quando ho contattato Andrea Bolzan, ultimo arrivato in casa Cavazzo, per chiedergli la disponibilità per questa intervista di presentazione mi ha risposto: «Buongiorno e grazie dell’accoglienza, onorato!». Un voler entrare quasi in punta di piedi in un ambiente calcistico nuovo ma decisamente di livello più basso rispetto ad una carriera senz’altro più importante, per uno che in fondo ha calcato anche i campi della serie D. «La serie D è un ricordo di tanti anni fa – precisa -, ma fa parte comunque del mio curriculum. Io lo chiamo così, la carriera appartiene ai giocatori di serie A».

D’accordo Andrea, mantieni pure il profilo basso, ma dicci, come sei arrivato a Cavazzo?
«Premetto che lo scorso anno avevo abbandonato il calcio giocato, alla soglia dei 40 anni mi sembrava la scelta giusta. Poi, è arrivato Max Di Giusto, ds del Cavazzo, e mi ha convinto a provare questa esperienza. Ho così dovuto staccare gli scarpini dal chiodo, insomma. Devo dire che ho sempre seguito il Carnico e che avevo sempre avuto voglia di provarlo. L’interesse che c’è attorno a questo movimento, il vostro splendido sito, tanti giocatori che conosco e lo hanno provato, hanno sempre esercitato una forte attrazione su di me. Per questo ho accettato la proposta di Max, anche perché, insomma, il Cavazzo è una delle grandi del Carnico».

Tu vivi a Corno di Rosazzo, la distanza ti spaventa?
«Sinceramente non più di tanto. Il fatto che ho sempre viaggiato durante il mio percorso calcistico mi ha in qualche modo allenato».

Quando sei salito a Cavazzo per firmare e conoscere un po’ l’ambiente, che sensazioni hai avuto?
«Sono rimasto francamente sorpreso dall’accoglienza calorosa di ogni persona che ho conosciuto. Mi ha colpito la determinazione, l’entusiasmo e anche l’organizzazione societaria, che mi è sembrata davvero al top».

Ma ti hanno portato anche a vedere il campo di gioco?
«Certamente e anche quella breve visita è stata sorprendente: terreno di gioco perfetto nonostante siamo in inverno, campo di sfogo sintetico e strutture curate in ogni dettaglio. Non credo che nel calcio regionale ci siano molti impianti così, davvero».

Adesso abbandona un attimo la tua umiltà e in maniera oggettiva descrivi le tue caratteristiche fisiche e tecniche.
«Va bene – sorride – ci provo. Sono alto 1.80 e peso 85 chili, ma punto a buttarne giù qualcuno con la preparazione, ci mancherebbe. Sono nato come centrocampista, il classico mediano d’ordine davanti alla difesa. Poi con il passare degli anni ho arretrato il mio raggio d’azione e sono finito a fare il centrale difensivo. Uso entrambi i piedi (e calcio anche le punizioni, sia di destro che di sinistro) e di testa me la cavo. Ho perso logicamente un po’ di velocità, ma del mio vecchio ruolo ho saputo mantenere l’ordine nelle giocate. Mi piacciono le uscite da dietro pulite, perché credo che costruire il gioco da inizio azione sia un bel modo di interpretare il calcio. Ecco, sopporto poco i palloni che volano alto: palla a terra e via».

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