Carnico Story: Giuliano Voltan

di MASSIMO DI CENTA

Quattro scudetti e sette promozioni: parla da solo il curriculum di Giuliano Voltan, uno degli allenatori più vincenti nella storia del Carnico. Leggendo il suo racconto, però, c’è spazio per ogni esperienza fatta, indipendentemente dai risultati. E allora sfogliamolo l’album dei ricordi che “Big” Giuliano aveva proposto per il libro “60 anni di Carnico”, uscito nel 2010.

 

Ho allenato 10 squadre e tutte mi hanno lasciato dentro qualcosa, perché in fondo il calcio è come la vita, dove le gioie (le vittorie) si alternano ai dolori (le sconfitte). E chiaro che le emozioni più forti le danno i successi ed anche i successi hanno una loro graduatoria. Il perché lo capirete leggendo i ricordi.

La Delizia. Quella di Priuso è stata un’esperienza per certi versi sconcertante: ottenni subito due promozioni, portando la squadra in Prima in due sole stagioni. Dopo un paio di giornate del campionato di Prima, lasciai fuori un giocatore, uno dei più rappresentativi. Fu una scelta più disciplinare che tecnica, ma la società mi disse che non poteva privarsi di un elemento tanto importante e fra i due, in pratica, scelse lui. Dopo qualche anno, la squadra (che nel frattempo era tornata in Seconda ed aveva cambiato dirigenza) non se la passava benissimo. Mi chiamarono ad 8 giornate dalla fine ed avvenne un piccolo miracolo: un pareggio e sette vittorie consecutive ci proiettarono di nuovo in Prima. In quella promozione tutti ci mettemmo qualcosa di nostro, ma avemmo anche tanta fortuna, una fortuna davvero incredibile. Ma forse ce la meritavamo…

Fusca. In Curiedi fu la mia prima esperienza. Avevano così tanta fiducia in me (o forse era solo un problema di disponibilità? Mah, chi lo saprà mai?) che mi affidarono sia la prima squadra che gli Allievi. La prima squadra vivacchiò così così, mentre coi ragazzi vincemmo il torneo, battendo in finale (la prima disputata in notturna per il settore giovanile) la Virtus che era data strafavorita. Che soddisfazione!

Lauco. Fu il presidente Piazza a volermi sull’altopiano. Avevano una squadra discreta per la categoria, ma non c’era il giusto mix tra giovani e meno giovani. Lo dissi al presidente a promozione comunque conquistata. Mi promise rinforzi adeguati che invece non arrivarono. A quel punto preferii dimettermi: non avevo paura della sconfitta, ma non sopportavo l’idea che non ci fosse un briciolo di programmazione.

Verzegnis. Presi una squadra profondamente rinnovata rispetto all’anno prima. Dopo poche giornate era chiaro che l’obiettivo non potesse che essere la salvezza, ma i dirigenti non la pensavano così: ritenevano di avere una grande squadra, addossandomi le colpe per i risultati non esaltanti. Mi diedero il benservito al telefono. Alla faccia dello stile… La squadra, comunque, alla fine si salvò.

Cavazzo. Con i viola trascorsi due anni senza grandi acuti. La metà classifica era la dimensione giusta per una squadra circondata da un ambiente piuttosto freddino e dove non erano in molti a dare una mano. Il presidente di allora, Eddo Chiautta, mi aveva cercato perché voleva che facessi una sorta di allenatore – manager, ma io sono sempre stato convinto che allenatore e società debbano avere compiti precisi e distinti e così dopo due anni mediocri decisi di lasciare il Cavazzo.

Illegiana. Una bella esperienza. Arrivai in una squadra che era appena stata promossa in Prima. C’era entusiasmo e voglia di fare, oltre che alcuni giocatori davvero bravi. Fu l’anno di Roberto Fachin cannoniere del torneo. Arrivammo terzi, dietro Cedarchis e Real, che comunque riuscimmo a battere in casa dall’alto di due grandi prestazioni. L’anno dopo giocammo ancora meglio, ma finimmo quarti a pochi punti dalle prime. Mi apprestavo alla terza stagione in nero verde con le giuste ambizioni, ma quella stagione durò per me 2 giornate, perché mi dimisi causa divergenze con la società.

Villa. Di quell’anno, più che la promozione in Prima, mi ricordo il Torneo di Villa. Gli arancioni non avevano mai vinto la manifestazione organizzata dalla società. Era logico che ci tenessero e per questo volevano prendere prestiti ad ogni costo. Secondo me, invece, la rosa era ampia e i giocatori stavano bene fisicamente e moralmente. Prendere prestiti avrebbe significato rompere magari certi equilibri, con il rischio di compromettere anche il campionato. Tenni duro, nonostante il vice presidente Savoldelli mi telefonasse anche nel cuore della notte per convincermi a cercare giocatori. Rimasi fermo nel mio proposito ed alla fine vincemmo il torneo. Ed il bello è che in finale superammo la Folgore: praticamente il massimo per la gente di Villa!

Ho lasciato in fondo le squadre con le quali ho vinto i 4 scudetti. Sono stati tutti bellissimi, ma è fuor di dubbio che quelli con l’Amaro hanno avuto un sapore particolare, per questo mi piace parlarne per ultimo. 

Cedarchis. Arrivai al Cedarchis l’anno dopo Cavazzo. Come detto, la freddezza dell’ambiente viola mi aveva sinceramente deluso, per questo quando alla prima partita in casa del “Ceda” vidi un muro di gente oltre la rete rimasi sbalordito: a vedere le partite di quella squadra (che alla fine avrebbe conquistato il suo primo scudetto) c’era praticamente tutto il paese. Quella era una squadra forte, ma non fortissima (l’anno dopo, per dire, con Bais arrivò seconda) eppure aveva voglia, aveva la fame giusta per avventarsi su ogni avversario. Motivazioni enormi che fecero la differenza.

Real. In biancorosso arrivai e mi ritrovai praticamente senza punte, perché Vidoni era andato a tentare l’avventura nel calcio regionale e Moreno De Toni era out per infortunio. Alla fine dell’andata eravamo terzultimi, ma con un grande girone di ritorno arrivammo addirittura terzi, giocando un calcio quasi perfetto. C’erano le premesse, insomma, per una grande stagione successiva. Che invece iniziò malissimo: durante una partita di preparazione persi De Giudici e Candoni per due gravissimi infortuni. Ero così amareggiato che volevo dare le dimissioni. De Giudici e Candoni ci dettero lo stimolo per una grande annata: un organico validissimo, esaltato dal genio di Gino Candido (assieme nella foto di copertina) e dall’eclettica solidità di Nicola De Cillia furono le basi del successo, al quale contribuirono la serietà di Pasquili (arrivato, pressoché sconosciuto, a sostituire il nostro portierone) ed una mia felice intuizione, ovvero Luca Rupil schierato nel ruolo di libero. Vincemmo dall’alto di una manovra brillante e redditizia, giocando davvero un buonissimo calcio.

Amaro. Quelli con l’Amaro sono stati gli scudetti che mi sono restati dentro. Non solo perché furono i primi della mia carriera, ma perché furono costruiti e programmati partendo da lontano. Addirittura dai tempi in cui allenavo il Fusca: affrontando gli Allievi dell’Amaro rimasi colpito dalla forza e dalla personalità di quella squadra. Appena arrivai all’Amaro feci fuori i senatori, puntando su quei ragazzi che nel frattempo erano maturati. Fu un trionfo: salto doppio dalla Terza alla Prima e poi, all’esordio nella massima categoria, terzo posto e vittoria in Coppa Carnia. Ricordo che c’erano giocatori veramente in gamba, ma il salto di qualità ce lo fece fare Vinicio Tomat. Carattere focoso ed un po’ ribelle, era uno dal “rosso” facile. Di quella squadra divenne il leader e non fu mai espulso.

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