Carnico Story: Romano Bortolotti

di MASSIMO DI CENTA

Il nome di Romano Bortolotti è legato al periodo d’oro del Weissenfels. Una squadra che in molti, per anni, hanno ritenuto basata su principi quasi professionistici e che invece deve il suo successo ad altissimi valori umani. Un successo nato soprattutto dalla forza del gruppo e dalle grandi capacità di questo signore. Riproponiamo quanto pubblicato nel libro “60 anni di Carnico”, uscito nel 2010.

Romano Bortolotti ed il Weissenfels, un binomio che pare davvero difficile da scindere: uno ha fatto le fortune dell’altro, senza mai poter stabilire con chiarezza l’esatta proporzione dei meriti. Diciamo che la principale caratteristica della squadra tarvisiana è sempre stata la capacità di produrre un gioco altamente spettacolare, conseguenza diretta della grande qualità conferita alla squadra dai molti piedi buoni dei tanti militari transitati nelle caserme di confine. Il merito maggiore di Bortolotti è stato quello di dare a questo concentrato di estro e talento anche un’anima, un’anima vera. Generalmente i giocatori dotati tecnicamente hanno quel che si dice un bel caratterino, atteggiamenti inversamente proporzionali alla bravura, come se tutto il talento (o buona parte di esso) finisse nei piedi a discapito della…testa. Ecco, Bortolotti è riuscito quasi con tutti a tirare fuori il meglio anche dal punto di vista umano. Sintomatico è il fatto che i giocatori dello squadrone di quel tempo, ogni cinque anni si ritrovino a pranzo a casa Bortolotti provenendo dai posti più disparati d’Italia. E ad ogni incontro si torna indietro con la memoria, per ricordare quella rete, quella vittoria, un rigore non dato ma soprattutto quello scudetto del 1974, uno scudetto perso nei Tribunali sportivi e non sui campi da gioco. Sul campo, infatti, Weissenfels e Sutrio avevano chiuso la stagione appaiate al primo posto. Nello spareggio di Moggio, i tarvisiani prevalsero per 1 a 0, ma il Sutrio presentò ricorso, per il tesseramento irregolare di un giocatore del Villa in occasione della partita tra arancioni e mobilieri. Sul campo quella sfida era finita in parità, ma il ricorso accolto dalla CAF un mese dopo lo spareggio di Moggio, diede al Sutrio un punto in più, rimodellando la classifica della stagione. Con i due punti a tavolino, il Sutrio ottenne un punto in più dei rivali, rendendo inutile lo spareggio per l’assegnazione del titolo. Per Bortolotti quella fu una delusione enorme: lui non hai mai messo in dubbio l’irregolarità cui si appellarono i sutriesi, ma la tempistica del verdetto della CAF. Da persona corretta e leale, Bortolotti avrebbe voluto che la sentenza fosse emessa prima della fine del torneo. Figuriamoci se uno come lui poteva accettare una situazione del genere: lui che ha improntato la sua vita sul rispetto delle regole e sulla disciplina. Era una specie di maresciallo, forse perché aveva a che fare con molti militari. Quei militari ai quali seppe trasmettere la passione per la squadra. Si dice che molti di loro partissero per la licenza il venerdì sera, ma all’ora in cui iniziava la partita, la domenica, erano già al campo, rinunciando ad un giorno intero di permesso pur di vestire la maglia del Weissenfels. Ma secondo lui il vero e proprio capolavoro è stato l’anno in cui andò ad allenare a Pontebba. In quel periodo la squadra pontebbana era una delle compagini più “calde”: gente dal carattere forte, dal temperamento esplosivo. I dirigenti, che ben conoscevano le qualità di Bortolotti, pensarono a lui non tanto per vincere, quanto per provare a “domare” gli elementi più indisciplinati. Il tecnico non fece una piega: a forza di sermoni e punizioni, dialoghi e silenzi studiati ad arte, bastone e carota, riuscì nell’intento di far vincere alla squadra la Coppa Disciplina. Ma non si deve pensare a lui come ad un sergente di ferro e basta. Al carattere forte e convincente sapeva unire anche una sapienza calcistica di notevole spessore. Forse perché era uno sportivo vero e da ogni disciplina sportiva trasportava nel calcio metodologie di allenamento e tattiche di comportamento. Gli sport individuali ai quali si dedicava (lo sci, l’atletica, il lancio del peso e del disco) evidentemente erano una “palestra” utilissima ad uno sport di squadra dove bisogna mettere d’accordo 11 teste e quindi 11 modi di pensare e vedere le situazioni. Molto importante nella sua parabola agonistica è stata la presenza di una moglie comprensiva e rispettosa. La paziente Lidia, infatti, aveva capito che lo sport, per Romano, era una passione irrinunciabile ed anziché ostacolarlo ha sempre saputo porsi in maniera  intelligente, facendosi coinvolgere da quella passione fino a venirne contagiata. A casa Bortolotti i giocatori erano trattati come figli, due in particolare: Giacomo Kogousek e Sergio Nascimbeni, anche se quest’ultimo una volta tentò di fregare il tecnico. “Domenica non me la sento di giocare, mister, ho male ad un ginocchio”: Bortolotti ne prese atto e a malincuore rinunciò all’apporto del giocatore. In settimana però venne a sapere che il mal di ginocchio era una scusa per andare al mare a Lignano. Quando la domenica dopo Nascimbeni si presentò ad Illegio con la borsa, l’allenatore lo spedì in tribuna, dicendogli: “Se mi dicevi che volevi andare una domenica al mare non c’erano problemi. Fare quello che hai fatto non mi è piaciuto”. Sergio la prese malissimo, ma si fermò a vedere la partita e tempo una settimana tutto tornò come prima. Un giocatore che non è riuscito per certi versi l’ha messo un po’ in difficoltà è stato Luciano Battistel, un centrocampista di Motta di Livenza. Piedi da serie A ed un fisico importante. Purtroppo la testa, però, era quella che era: amava poco l’allenamento e la fatica e cercava di giocare nelle zone di campo ombreggiate. “Facile dire – sorride Bortolotti – che con tutti i mezzi che aveva poteva davvero conquistarsi un… posto al sole!”.

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