Carnico Story: Otello Petris

di MASSIMO DI CENTA

Uno dei “Cinque dell’Ave Maria”. Giocatore, allenatore e mille altre mansioni a testimonianza di un grande amore verso il calcio. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Moggese, ma Otello Petris rappresenta ancor oggi un patrimonio per il Carnico intero. La “Panchina Verde” nel 1989 e il titolo di Benemerito dello sport nel 1999 sono il premio alla passione, all’impegno ed alle capacità dimostrate. 
Ripropongo il mio incontro con Otello tratto dal libro “60 anni di Carnico”, uscito nel 2010


Otello ci accoglie in casa sua, in quella che lui chiama taverna, luogo che ha scandito momenti belli della sua vita, divisa tra lavoro, famiglia e pallone. Alle pareti tanti gagliardetti, foto, riconoscimenti e ritaglia di giornale incorniciati. Si respira calcio, insomma, quel calcio di cui Otello proprio non riesce a fare a meno, anche se è facile, anzi giusto, immaginare che il calcio a non riuscir a fare a meno di lui!… Quando si chiede ad una persona di parlare delle cose della sua vita, di solito, l’abbrivio è la fase più difficile. I ricordi sono tutti lì e sembra facciano a gara per uscire. La cosa non succede ad Otello che, anzi, sfodera un inizio fulminante, scandendo nomi ed avvenimenti in ordine praticamente cronologico. Ricorda nitidamente gli inizi, quando a Moggio il calcio era appena un’ipotesi e bisognava andare per lo meno a Pontebba per trovare una maggiore organizzazione: treno o bici erano i mezzi necessari al sostentamento di una passione che già reclamava i suoi sfoghi. Dopo le trasferte pontebbane, nel 1953, il calcio approda anche a Moggio in maniera più capillare. Renato Fabbro e Zeno Cucchiaro, dopo un periodo lontano dal paese vi fanno ritorno, e si rivelano protagonisti assoluti di quella passione che stava nascendo sotto l’Abazia. Si cerca di coinvolgere il maggior numero di persone possibile e davvero bastava quanto meno saper correre per essere “reclutati”. La selezione, però, evidentemente fu fatta con criterio, perché già l’anno successivo la Moggese vinse il campionato. Otello, naturalmente, era uno dei migliori e destò l’interesse di una squadra perugina. In una ditta umbra che lavorava a Moggio, vi erano dei dirigenti di una squadra di calcio che fecero di tutto per convincere Otello a … dipanare il suo talento in centro Italia. E invece, niente da fare: lui era troppo attaccato alla sua terra, alla sua gente ed alla sua famiglia. Suo padre era fornaio e durante la guerra faceva pane per tutti: tedeschi, alleati e gente di Moggio erano tutti clienti del forno Petris. Otello, quindi, rimase e contribuì in maniera decisiva alla conquista di tutti gli scudetti della Moggese. Il passaggio dal campo alla panchina non gli fece smarrire carisma e personalità, anche perché da persona intelligente volle sempre avere un esempio da seguire, qualcuno da cui apprendere e non si sentì mai “arrivato”. Il suo grande maestro è stato Silvano Pravisano: fu grazie ai suoi insegnamenti che Petris capì sino in fondo l’importanza dei fondamentali. Per elevare la qualità di un giocatore bisogna allenarne il gesto tecnico, fare mille volte uno stesso esercizio a volte può apparire inutile e noioso ed invece serve a migliorare. “In nessun campo della Carnia si vede più una forca” – sottolinea deluso Otello, ben sapendo che la forca è uno strumento utile per impostare al meglio il colpo di testa, vale a dire uno dei fondamentali decisivi del football. Ma il calcio è anche un insieme di relazioni umane ed è per questo che Petris tesse ancora una volta l’elogio di Pravisano che fu, in qualche modo, un precursore della comunicazione, elemento necessario per mantenere gli equilibri dello spogliatoio, dove ci sono giovani e meno giovani, caratteri chiusi e persone esuberanti. Per fare gruppo bisogna dialogare, spiegarsi, capirsi, insomma.

Questo è stato ed è Otello Petris: uno che del calcio ama la semplice essenzialità, il rispetto dei ruoli, la competizione leale e i valori di una volta. Già, il calcio; il sano, bel calcio di una volta: quello in cui non esistevano le riserve (“La panchina crea tensioni” ama ripetere Petris). Un calcio che non c’è più ma che vive ancora nei ricordi di quelli che hanno i capelli bianchi. Del calcio moderno Otello apprezza l’organizzazione e gli impianti sportivi. A proposito, quello di Moggio è da sempre uno dei migliori. Forse perché Otello lo annaffiava anche di notte e ci passava tantissime ore, senza per questo suscitare la gelosia della moglie Marisa che anzi ha condiviso la passione del suo uomo senza farglielo mai pesare. 

Ci congediamo da Otello chiedendogli a bruciapelo quali calciatori di quelli che ha visto nel Carnico lo hanno maggiormente impressionato. “Tanti avevano qualità eccelse, ma la differenza la fanno la velocità, la tecnica, la grinta e la volontà: Alberto Urban e Cleto Polonia avevano, sia pur in dosi diverse, qualcosa di tutto questo. Ed infatti sono arrivati in serie A”. Una sentenza!

 

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