di FEDERICA ZAGARIA
Se devo usare un termine per descriverla, non ho alcun dubbio sul fatto che l’aggettivo “vulcanica” sia il più adatto a lei, perché è così che si presenta Daniela Fior, dirigente del Bordano ed oggi protagonista della nostra rubrica. Uso questo termine, innanzitutto perché non ha alcun problema a raccontarsi: anzi, avanza a briglia sciolta e si vede che le piace stare in mezzo alla gente. Bordanese di adozione ma, come si definisce lei stessa, carnica di nascita, nata col calcio, sfegatata milanista anche se suo papà, in Svizzera, le faceva sempre vedere l’Inter, che invece era la sua squadra del cuore.
Si intuisce subito che il calcio ti piace, raccontaci come lo vivi.
«Ne sono da sempre un’appassionata. Tra l’altro sono un’ex giocatrice ed ho militato in molte squadre, prima nel campionato estivo col Cavazzo, in seguito per due anni col Bordano, poi Gemona ed Osoppo, ancora nell’invernale. Posso affermare di aver giocato per circa 18 anni e l’ultima squadra di cui ho fatto parte è stata il Real Imponzo Cadunea. Ora sono dirigente del Bordano, dove mi ha voluta il presidente Enzo Niccolini. In precedenza, oltre ad essere tifosa, mi occupavo del lavaggio delle divise di cui, prima di me, si era occupata anche mia madre. Inoltre pulivo gli spogliatoi».
Ritieni che il Carnico ti abbia tolto qualcosa oppure, che, in qualche modo, ti abbia arricchito la vita?
«Non è stato un ostacolo in niente, anzi, sono una persona socievole e sto bene in questo “piccolo” mondo, tra l’altro anche mio figlio Heros Franceschetto giocava nel Bordano».
Il calcio è considerato da molti ambito maschile, tu come lo vivi?
«Non ho mai avuto fastidi, mi sento considerata e sono ben integrata nel gruppo. MI piace essere presente anche agli allenamenti e stare in mezzo a giocatori e dirigenti».
C’è qualche ricordo a cui tieni particolarmente?
«Ricordo con particolare affetto la vittoria da parte delle “furie rosse” della Supercoppa ai danni del Cedarchis, vittoria ottenuta proprio a Bordano, nel 2013, ai rigori e conseguente alla vittoria della Coppa Carnia. All’epoca anche mio figlio vestiva la maglia del Bordano».
Quanto parli, nella quotidianità, di calcio?
«Ne evito l’argomento, perché sia mio fratello che mio figlio sono sfegatati interisti e quindi, meglio lasciar cadere l’argomento vista la “cuginanza” tra la mia squadra del cuore e la loro. Però ne parlo col cane (mentre me lo racconta si mette a ridere ndr)».
Cosa rappresenta per te, il Carnico?
«Aggregazione e socialità. Quando non c’è mia manca. A proposito, quando si ricomincia che adesso non ne vedo l’ora?»
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